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La sindrome degli amici di Giobbe

Pubblicato da Joana Ortega Raya in Bibbia · 19/6/2014 16:06:08
Tags: BibbiaspiritualitàpastoraleGiobbepeccatoipocrisiaascolto

C’è una canzone di Joan Manuel Serrat che inizia con i seguenti versi: “Di tanto in tanto la vita ci bacia sulle labbra e a colori si apre come un atlante, ci porta in giro per le strade in volo, e ci sentiamo in buone mani.”
E finisce dicendo:"Di tanto in tanto la vita ci fa uno scherzo e ci risvegliamo senza sapere cosa succede, succhiando un bastoncino seduti su una zucca."

Questi versi mi hanno sempre ricordato il racconto che si trova nel profeta Giona quando comprende che le cose non sono andate come si aspettava e decide di ritirarsi dalla scena semplicemente per aspettare gli avvenimenti: “Dio, il SIGNORE, per calmarlo della sua irritazione, fece crescere un ricino che salì al di sopra di Giona per fare ombra sul suo capo. Giona provò una grandissima gioia a causa di quel ricino. L'indomani, allo spuntar dell'alba, Dio mandò un verme a rosicchiare il ricino e questo seccò. Dopo che il sole si fu alzato, Dio fece soffiare un soffocante vento orientale e il sole picchiò sul capo di Giona così forte da farlo venir meno. Allora egli chiese di morire, dicendo: «È meglio per me morire che vivere»” (Giona 4:6-8).

Secondo la mia comprensione, molti personaggi del testo biblico - così come la maggioranza di noi - si raffronta con la singolarità di un’esperienza di vita che si muove tra luci e ombre; tra il successo e il fallimento; tra un bacio della vita sulla bocca e lo svegliarsi un giorno senza sapere cosa sta realmente accadendo e perché.

Uno di questi personaggi, che considero il più emblematico, è Giobbe. Se facciamo mente locale, la storia di Giobbe inizia con una specie di gioco macabro tra due dii: un Dio maggiore (Yahvéh) e un dio minore (Satana). Secondo quanto ci viene detto, il nostro personaggio era un uomo: “integro e retto; temeva Dio e fuggiva il male… era il più grande di tutti gli Orientali.” Godeva di buona salute, di una vita prospera e di una famiglia invidiabile (Giobbe 1:1-3). Ma un giorno, secondo il testo, a causa di una specie di scommessa tra questi dii che ho menzionato, la vita di Giobbe subisce un cambiamento radicale. In un attimo rimane senza beni, senza famiglia, senza salute… insomma, senza niente.

E Giobbe si sveglia un giorno “senza sapere cosa succede”: solo, povero, escluso e malato. Non capisce niente, si lamenta e comincia a questionare molto seriamente sul significato della sua vita e al tempo stesso dubita fortemente che qualcosa possa migliorare: "Perché dar vita a un uomo la cui via è oscura, e che Dio ha stretto in un cerchio? Io sospiro anche quando prendo il mio cibo, e i miei gemiti si spargono come acqua. Non appena temo un male, esso mi colpisce; e quel che mi spaventa, mi piomba addosso. Non trovo riposo, né tranquillità, né pace, il tormento è continuo!"

Ovviamente Giobbe ha degli amici. Amici che sono riusciti a mantenere lo status che lui stesso aveva quando le cose andavano bene. Questi amici lo vanno a trovare e, invece di solidarizzare con lui, di essere sensibili, di abbracciarlo, o semplicemente di comprenderlo, cominciano a parlare utilizzando una serie di discorsi imparati che non servono a niente in momenti come questo.

Elifaz, Bildad e Zofar si siedono davanti al loro amico (io direi che adottano una specie di postura teologica) e, invece di aiutarlo e di consolarlo, si limitano a giudicarlo e a considerarlo responsabile della sua situazione. Utilizzano l’argomento di un discorso molto elaborato e apparentemente molto profondo sulla conoscenza del carattere e dell'opera di Dio. Senza dubbio, sono discorsi teologicamente impeccabili, ma assolutamente estranei alla realtà del loro amico. Questo è ciò che io definisco la sindrome degli amici di Giobbe.

Giobbe li ascolta, li lascia parlare, ma arriva un momento in cui si rende conto del suo bisogno di chiarire la sua posizione, senza alcun inganno e con tutte le conseguenze: “L'occhio mio tutto questo l'ha visto; l'orecchio mio l'ha udito e l'ha inteso. Quel che sapete voi lo so anch'io, non vi sono affatto inferiore. Ma io vorrei parlare con l'Onnipotente, ci terrei a ragionare con Dio; poiché voi siete inventori di menzogne, siete tutti quanti medici da nulla. Oh, se faceste silenzio! Esso vi sarebbe contato come saggezza. Ascoltate, vi prego, quel che ho da rimproverarvi; state attenti alle repliche delle mie labbra! Volete dunque difendere Dio parlando con menzogna? Sostenere la sua causa con parole di frode? Volete aver riguardo alla sua persona? E costituirvi difensori di Dio?  Sarà un bene per voi quando egli vi scruterà a fondo? Credete di ingannarlo come s'inganna un uomo? Certo egli vi riprenderà severamente, se nel vostro segreto avete dei riguardi personali. La sua maestà non vi farà sgomenti? Il suo terrore non piomberà su di voi? I vostri detti memorabili sono massime di cenere; i vostri baluardi sono baluardi d'argilla. Tacete, lasciatemi stare; voglio parlare io, succeda quel che succeda!” (Giobbe 13:1-13).

A questo punto della sua vita, Giobbe non ha bisogno di discorsi; sa tutto sul carattere e l'opera di Dio; li ha sperimentati nella sua propria esistenza. Ha tutta la conoscenza di cui ha bisogno e non è disposto a farsi manipolare da presunti amici che, più che aiutarlo, pretendono di giustificare ciò che è ingiustificabile. L’unica cosa che egli vuole è parlare con Dio, ha scoperto la sindrome e non permetterà a nessuno di ingannarlo con mere parole completamente svuotate della realtà. Comprende che in questo momento solo Dio sarà in grado di capirlo, di comprenderlo e di aiutarlo.

Ma in cosa consiste la sindrome degli amici di Giobbe? Proponiamo alcuni suggerimenti:

1. Utilizzare un discorso che, invece di incoraggiare un cambiamento reale, diventa una grande menzogna (“inventori di menzogne” v.4). Se ci pensiamo bene, le idee buone e ben elaborate servono a poco se, in realtà, non sono capaci di portarci ad azioni concrete in situazioni concrete. In realtà, non si tratta solo della verità concettuale del discorso – che è certamente importante – ma della sua efficacia nell’esperienza esistenziale delle persone per raggiungere il loro benessere e recuperare la loro dignità: “Ma se qualcuno possiede dei beni di questo mondo e vede suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui, come potrebbe l'amore di Dio essere in lui?” (I Giov. 3:17), ci dirà l’apostolo Giovanni.

2. Utilizzare un discorso che non solo non guarisce, ma che diventa una medicina inutile (“medici da nulla” v.4). Molte volte si usa tutto ciò che si è imparato su Dio e sul suo carattere per cercare di nascondere la nostra mancanza di vero impegno verso le persone che soffrono. Si usano le parole come se in se stesse, da sole, avessero la capacità di guarire qualunque dolore, senza che ci sia una disposizione sincera di coinvolgersi seriamente per renderle efficaci nella vita di coloro a cui ci si sta rivolgendo. Questo più che una medicina è un veleno, considerato che - ben lungi dal guarire - si applica unicamente per eludere la propria responsabilità e per colpevolizzare quelle persone che, per motivi diversi, non si trovano nel loro momento migliore.

3. Utilizzare il discorso e le parole per far apparire Dio come il vero ingiusto (“Volete dunque difendere Dio parlando con menzogna? Sostenere la sua causa con parole di frode? Volete aver riguardo alla sua persona?” vv. 7-8). Spesso, più di quanto sia necessario, usiamo le parole in modo tale da far sembrare che l’unico responsabile delle nostre miserie e delle nostre disgrazie sia Dio, e al tempo stesso che egli sia colui che elargisce ad altre persone i molteplici benefici di cui godono. Non è questo promuovere  l’idea di Dio come di qualcuno che, essendo onnipotente, è parziale e ingiusto?

Tuttavia, Giobbe, molto più conoscitore del vero carattere e dell'opera di Dio, ci offre le alternative a questi sintomi della sindrome dei suoi amici:

1. Quando le parole non sono assolutamente necessarie è più raccomandabile e saggio rimanere in silenzio: "Oh, se faceste silenzio! Esso vi sarebbe contato come saggezza." (v.5). In molte occasioni, la vera saggezza non risiede nelle parole, bensì nel rimanere in silenzio davanti a ciò che non possiamo spiegare nè giustificare.

2. Praticare la virtù di un ascolto attivo: "Ascoltate, vi prego, quel che ho da rimproverarvi; state attenti alle repliche delle mie labbra!" (v.6). A volte le persone sono così stanche di parole, di soluzioni facili e scontate, da preferire piuttosto di essere semplicemente ascoltate, di esprimere le loro ragioni, i loro sentimenti, le loro paure, i loro dubbi, la loro sofferenza...

3. Essere coscienti in ogni momento della propria vulnerabilità: "La sua maestà non vi farà sgomenti? Il suo terrore non piomberà su di voi?" (v.11). La consapevolezza della propria vulnerabilità, del fatto che in qualsiasi momento si può perdere la situazione di privilegio e sperimentare la disgrazia che si osserva intorno, potrebbe diventare un buon antidoto per sviluppare una sensibilità attiva ed effettiva davanti alla sofferenza di coloro che ci sono vicini.

Siamo così abituati alla sindrome degli amici di Giobbe da renderci quasi immuni. A volte siamo noi ad essere contaminati e ci impegniamo a dare inutili lezioni; in altre occasioni, siamo le vittime e ci sentiamo colpevoli; sappiamo di non aver fatto nulla di male, ma ciò che ci accade sembra indicare il contrario. Desideriamo risposte, giustizia, rivendicazione... ma non arrivano. Questo testo di Giobbe diventa per noi un esempio da seguire. Forse la vita ci sta baciando sulla bocca, o forse ci siamo svegliati senza sapere cosa stia accadendo. Tuttavia, qualunque sia il ruolo che dobbiamo svolgere nei diversi momenti della nostra vita, non dovremmo mai usare ciò che conosciamo di Dio per inventare menzogne, per avvelenare il prossimo o per rendere Dio ingiusto.

Ciò che sappiamo di Dio, ciò che di Lui abbiamo sperimentato nelle nostre proprie vite, dovrebbe aiutarci a restare in silenzio qualdo la situazione lo richiede, ad ascoltare prendendo in considerazione le ragioni, gli argomenti, i sentimenti e l'esperienza del nostro interlocutore e, soprattutto, dobbiamo essere consapevoli di essere vulnerabili allo stesso modo e di poterci trovare in qualsiasi momento in situazioni così sgradevoli come quelle che stanno soffrendo le persone intorno a noi, alle quali pretendiamo di dare delle lezioni.

Finisco con le parole dello stesso Giobbe: "Ecco, mi uccida pure! Oh, continuerò a sperare.
Soltanto, io difenderò in faccia a lui il mio comportamento! Anche questo servirà alla mia salvezza; poiché un empio non ardirebbe presentarsi a lui. Ascoltate attentamente il mio discorso, porgete orecchio a quanto sto per dichiararvi. Ecco, io ho predisposto ogni elemento per la causa; so che sarò riconosciuto giusto".

Quando ci troveremo con presunti amici o fratelli che abbiano la pretesa di giudicarci, dall'alto di una posizione di privilegio, utilizzando belle parole e discorsi vuoti, non dovremo avere paura alcuna di esporre in modo chiaro e sincero la nostra causa davanti a Dio e questo con la certezza assoluta di essere giustificati. |
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Nota: questo è un sermone condiviso nella Chiesa Evangelica Betel, nella Chiesa Evangelica di Barcellona Centro (in catalano) e nella Chiesa Evangelica di Rubi.

(Traduzione dallo Spagnolo di Patrizia Tortora)

Fonti di questo articolo:

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