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La sequela di Gesù come alternativa

Pubblicato da Jaume Trigné in Spiritualità · 25/9/2014 10:02:45
Tags: Gesùfondamentalismospiritualitàreligione

Una delle cose che sorprendono maggiormente quando si leggono i vangeli è il modo in cui Gesù, che pure fu protagonista di seri conflitti con i dirigenti religiosi del suo tempo (sacerdoti del tempio e teologi), sia, anche, un uomo con una profonda spiritualità.

Gesù è stato molto spirituale in termini di ricerca e di apertura verso il Mistero, il Trascendente... verso chi sente vicino e personale e a cui si rivolge come Abbà.
Parlava di Dio come di un Padre compassionevole e amorevole che vuole la felicità di tutti i suoi figli. Pregava Dio con intensità. La sua spiritualità possedeva, insieme a questa dimensione verticale, una forte dimensione orizzontale, manifestata dalla sua compassione e vicinanza agli ultimi del sistema (malati, poveri, donne, bambini...).

Al tempo stesso, era molto poco religioso non sottomettendosi a una struttura così poco flessibile e così pesante (sul piano vitale o esistenziale della persona) come quella del giudaismo che conosceva e nel quale crebbe. Un sistema religioso che, allontanandosi dal suo spirito originale e a colpi di regole immisericordiose, finiva con il soffocare la vera spiritualità delle persone aumentando i loro sentimenti di inadeguatezza e di colpa.

Gesù non fu una persona religiosa nel senso convenzionale del termine. Né lui né i suoi seguaci praticavano lunghi digiuni, né rispettavano sempre il riposo sabatico o i rituali di purificazione previsti prima di mangiare. Gesù denunciò frequentemente l'incapacità della religione ufficiale di farsi carico dei veri problemi e delle necessità delle persone e criticò l'ipocrisia di molti dei suoi dirigenti.

Il cristianesimo, in origine, era più un cammino spirituale che una struttura religiosa. Il cristianesimo iniziale, come lo descrive bene il pastore e teologo protestante Gerd Theissen, fu (come movimento di sequela di Gesù) una corrente di rinnovamento nel seno del giudaismo fino a costituirsi come una nuova forma di religiosità. Era formato da discepoli "sedentari" che inizialmente vivevano nei paesi della Palestina, costituendo famiglie credenti, e da discepoli "itineranti" che predicavano e insegnavano la buona notizia di Gesù di Nazareth. Tra i discepoli itineranti e sedentari esisteva una relazione di complementarietà. Le comunità stabilite nelle case avevano bisogno di ricevere gli insegnamenti di Gesù in forma orale e scritta e i discepoli itineranti avevano bisogno del supporto materiale delle comunità per continuare il loro periplo.

Tuttavia, con il passare del tempo, quel movimento spirituale dotato di poca organizzazione formale iniziò a allontanarsi dalla sua spontaneità, cominciò a strutturarsi e a trasformarsi in religione. Con l'imperatore Costantino, il cristianesimo diventa la religione ufficiale dell'impero romano. Il movimento iniziale di sequela della persona di Cristo diventa un'organizzazione ben lontana dalla naturalezza dei primi anni. E così fino ad oggi, nonostante i numerosi tentativi di ritorno alle origini che si sono realizzati durante la storia del cristianesimo ma che hanno finito con il cristallizzarsi in nuove realtà istituzionalizzate.

L'essere umano, come dimostra la rivelazione biblica e come viene messo in evidenza dall'antropologia e dalla psicologia, possiede una dimensione spirituale che gli permette di trascendere la sua realtà e di porsi domande sul significato della vita; esercitare delle pratiche per sviluppare questa dimensione immateriale del suo essere (preghiera, meditazione…); orientarsi verso il mistero di Dio... Però, benché la spiritualità abbia una dimensione individuale, siamo soliti viverla comunitariamente. Nel nostro caso, la sequela di Gesù ha bisogno della chiesa, non tanto come struttura architettonica o organizzazione religiosa che molto spesso finisce per condizionarla, bensì come famiglia della fede che potenzia la spiritualità personale.

La pratica religiosa, in seno alla chiesa-istituzione, comporta il rischio che la struttura socio culturale soffochi la spiritualità dell'individuo. La confessione di fede, ridotta a una serie di postulati più vicini alla posizione confessionale che alla ricchezza e pluralità della rivelazione biblica – quello che i dirigenti della comunità definiscono con sicurezza come la "sana dottrina" – ignorando molte volte l'eredità di venti secoli di storia della chiesa e della sua teologia (patristica, medioevo, Riforma del secolo XVI, esegesi critica...) e l'ortodossia escludente verso qualsiasi modo differenziato di capire il testo biblico, propria degli ambienti fondamentalisti, possono arrivare a prevalere sui criteri e sui sentimenti personali del credente, il quale può finire con l'accettare (a causa dell'imperativo psicologico della pressione esercitata dal gruppo) una dogmatica nella quale non si identifica in parte o completamente.

L'etica in bianco e nero, senza sfumature; la lista di quello che è permesso o proibito; i nuovi legalismi... vanno configurando una riduzione della libertà che la grazia di Dio conferisce al credente, alimentando al tempo stesso sentimenti di colpa disfunzionali dai quali non è sempre facile sottrarsi. Non sono pochi i cristiani che vivono angosciati dalla loro coscienza.

La presenza fisica ai culti e alle attività della chiesa come criterio di valutazione della spiritualità personale, quando invece tutti sappiamo che non sempre esiste correlazione tra la pratica religiosa e il vivere coerentemente con i valori del Regno di Dio. Questa mancanza di coerenza è stata la denuncia continua dei profeti dell'Antico Testamento.

Le strutture pesanti (modello organizzativo, norme, regolamenti...) possono spingerci a integrarci in esse, completamente impegnati nel lavoro, investendo tempo in questioni improduttive da una punto di vista spirituale e tralasciando le dimensioni e i valori di una spiritualità genuina.  L'essere umano è spirituale, ma la struttura può trasformarlo in religioso, nel senso più sociologico e culturale del termine.

Dobbiamo recuperare la spiritualità degli inizi del cristianesimo, ovvero meno religiosità formale e più sequela della persona di Gesù. Ciò che è veramente importante è la nostra fedeltà a Dio, anche se questo dovesse comportare un certo distanziamento o una posizione critica verso le strutture religiose, qualora siano in contraddizione con l'assiologia [scala dei valori ndt] del regno di Dio. Come accadde a tanti profeti del primo testamento, a Gesù nel suo tempo storico e a tanti riformatori della storia della chiesa.

Sono molti i credenti consapevoli che le mediazioni proprie di qualsiasi prassi religiosa (teologia, organizzazione ecclesiale, diverse forme di culto, linguaggio, simboli...) esigono la loro attualizzazione quando cambia l'ambiente socio culturale. E quando le comunità di appartenenza mantengono i vecchi modelli, ci sono anche molti credenti che iniziano la ricerca di nuovi spazi in cui poter vivere e esprimere la loro spiritualità senza limitazioni e senza troppi calcoli.

In base alla dialettica hegeliana, alcune comunità hanno intrapreso dei cambiamenti la cui natura, quando è analizzata, risulta spesso più estetica che essenziale. Forse è per questo che il silenzio che permette l'introspezione e la quiete mentale, la musica ispiratrice, indipendente dallo stile e la liturgia (argomento spesso irrisolto) ben elaborata che contribuiscono alla pace interiore, alla serenità e all'apertura al Mistero sono difficili da trovare in molte chiese.

Forse dovremo recuperare la radicalità di Gesù quando metteva in evidenza e dimostrava che Dio e le strutture della religiosità ufficiale erano molto spesso in conflitto. Gesù sviluppò la sua spiritualità stando vicino alle necessità delle persone più che ai rituali del Tempio. Così come il Maestro di Nazareth, la nostra spiritualità dovrebbe fondarsi sull'immagine del Dio amorevole che lui ci ha trasmesso e che non si trova tanto nelle strutture ecclesiali o nei dogmi impersonali quanto nell'avvicinamento ai più deboli. Gesù spostò l'incontro con Dio dalla religione convenzionale alla strada, alla vita. Si tratta del movimento inverso a quello che, paradossalmente, facciamo noi con troppa frequenza.
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(Traduzione dallo spagnolo di Patrizia Tortora)

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